Un uomo e il suo destino. Spigolo Piaz, di Simone S. PDF Stampa E-mail
Scritto da Nuovomattino   
Sabato 24 Luglio 2010 08:09

alt

10 luglio ’10 - Spigolo Piaz (tutto) + Maria + sfasciumi “mortali” finali della Gross

Foto d'apertura: Bobby Gallo, l'impavido compagno del narratore.

 

Antefatto……

“…zio zio guarda! la ci sono delle persone…ma come fanno? è impossibile!”

“no…per loro non è impossibile, sono degli scalatori…(leggere simulando effetto eco con voce cupa) scalatoriii, scalatoriiii, scalatoriiiii…”

Questo estratto di conversazione risale a circa 25 anni fa e si teneva all’interno della funivia del Sas Pordoi...dove tutto ebbe inizio…

Quando la mia progressione si trasformò da 4x4 a 2x2 e le mie gambe diventarono sufficientemente forti, mio zio pensò bene di farmi scoprire le bellezze della montagna utilizzandomi come portatore, dato che nel suo zaino di alpinista classe 1950, non mancavano mai popote piene di carne, verdura cotta, salame e formaggio, un filone di pane ed il vino; a lui piaceva così e poi credo che quella volta le barrette non esistessero nemmeno. Pochi anni dopo le Dolomiti erano già diventate la mia seconda casa…trascorrevo buona parte delle mie vacanze lassù scoprendo progressivamente il mio amore per la montagna.

Quel fatidico giorno rimasi sbalordito nel vedere inizialmente questi puntini colorati sul Pilastro e nello scoprire qualche istante più tardi che si trattasse di uomini che tentavano di conquistare la vetta, in un modo che mai avrei potuto immaginare.

Quello fu l’imprinting!

Consideravo quelle persone degli eroi, dei miti ed avvertii il desiderio di essere li insieme a loro per sentire cosa si provasse. Mio zio promise di portarmi a fare una cosa simile, così, qualche giorno dopo, feci la mia prima ferrata alla Roda di Vaèl.

Quel Pilastro rimase impresso nella mia mente…fui molto impressionato da quella parete che sembrava assolutamente verticale, impervia ed impraticabile, chiaro effetto dello schiacciamento delle prospettive, che però al tempo era un fenomeno visivo a me ignoto.

Nel corso di questi lunghi anni ho imparato a vivere la montagna come quegli “eroi” ed ho pensato che fosse giunto il momento di tornare alla fonte della mia passione.

Ancora una volta con estremo piacere si ricompone la cordata che con una massiccia dose di autoironia, ho ribattezzato con il nome di “quelli forti”… io e Bobby fonte rinnovabile.

A dire il vero sua eminenza il tutor “ahlbrahc tecnicus maestatis” ci aveva sconsigliato di ripetere questa via per una serie di motivi, ora aggiungo a giusta ragione, ma era una cosa che andava fatta.

Veniamo a noi…! Percorrendo lentamente la strada che conduce al passo dove poi parcheggeremo l’ammiraglia, commentiamo estasiati la beltà di questa sezione di montagna… “Ro’…na madonna guarda quanto caZZo è bello quel pilastro…ma come si farà a ricongiungersi alla Maria una volta arrivati sulla cima…forse ci sarà un passaggio estremamente aereo…” ecc ecc ecc

Preparato tutto il materiale ed imboccato il sentiero, in circa 50 minuti giungiamo alla base del pistolone. Eravamo a conoscenza di alcune varianti d’attacco per cui dopo una serie di considerazioni (ovviamente tutte sbagliate) “gassosa” attacca nel tratto più difficile di tutte le Dolomiti orientali. ”Bombola” sale, sale e sale ancora fino a quando la sua inesorabile avanzata viene rallentata dal V del secondo tiro…”Robi dot va? Mi sa che quello è il secondo tiro…li da qualche parte ci dovrebbe essere la sosta, forse sulla sinistra, butta un occhio”…porca puttana me devi calà! Risolta la cosa inizio la fase di decollo: come sempre sono agitato come un maiale in un camion, e nella mia mente tuonano bastemmie ed insulti all’apritore e piombo nel totale sconforto ed autolesionismo…sono una merda, faccio schifo, ma come li metto sti piedi…sono un mongoloide. Il primo tiro dovrebbe essere IV- e quasi faccio fatica a staccarmi da terra…cminciem ben! Ci tengo a precisare che si trattava di una placchetta vagamente strapiombante, gialla schifosa, con fessura svasa obliqua simpatica come i funghi velenosi nella frittata.

Arrivo dal mio amico e prendo il comando. Inizio a salire in verticale, (chiodo dopo pochi metri), salgo ancora un po’ su questa placca articolata un tantino aggettante poi inizio a traversare sulla dx s’una roccia a mio avviso penosa, (altro chiodo), ma non mi sento a posto. Sto iperventilando a bbestia, non mi diverto; la roccia è viscida ed è scagliosa. Scruto ogni appiglio ed ogni appoggio con molta attenzione comunque senza mai aver la certezza di riuscire a rimanerci…vabbè..scappo via da quello sterco e mi porto sullo spigolo dove riprendo fiato salendo poi su minori difficoltà sino alla sosta molto panoramica.

Ora il breve tiro di VI ancora sotto la mia autorità…”Ro’ mi sembra tanto unta lassù…che due ccoglioni”…vabbè che te frega tanto c’è i chiodi…è lo so ma vorrei passare in libera altrimenti che gusto c’è…provem dai!...occhio eh!”

Salgo in verticale senza indecisioni (chiodo), ancora pochi metri un po’ più delicati ma tutto tranquillo, (altro chiodo) poi capisco che ci siamo…”Robi è qui il duro!” inizio a studiare la parete per definire i movimenti successivi…la roccia è unta, le scarpette non stanno buone…tento sulla dx sfruttando un buon appiglio per la mano sx, alzo i piedi e sparo con la mano dx per trovare qualcosa e fuggire da quel frantoio ma senza successo così con l’aiuto del mio amico Paolo, il dott. Preuss, torno sui miei passi.

“allora Tita!...adesso mi devi dire come hai fatto con gli scarponi e i pantaloni da sfigato a passare qui, brutto nano malefico” se non è a destra allora è a sx. Eseguo una serie di movimenti sino a trovarmi a mio agio al punto di essere convinto di farcela; riesco ad eseguire un bel movimento laterale che mi permette di andare a cercare appigli sull’altro lato dello spigolo dove avevo il sentore che ci fosse roba grossa…in effetti è così lo vedo e riesco a toccarlo ma non ad utilizzarlo…”poco male dai, ormai ho capito, è fatta”…e nello stesso istante che canto vittoria il piede dx parte ed in un millesimo di secondo sto stringendo il rinvio nella mano destra. Ho avvertito una profonda frustrazione. Mi stavo veramente scoglionando…”ok adesso basta!”. Tiro il chiodo ciondolante prendo una cosetta decente ed esco fuori…sosta. L’unica mia consolazione è stata che nessuno dei ragazzi che ci seguivano, nemmeno Bobby 7a, è riuscito a passare in libera.

Ora tocca al mio forte compagno che con la solita flemma riflessiva inizia la sua ascensione. Una guida che stava salendo la Maria con due clienti ci da qualche utile indicazione agevolando la progressione di Robi che sembrava un po’ perplesso.

Il tiro non è affatto banale e l’ingresso nel diedro richiede una certa decisione ed anche sopra bisogna stare li col culo…arrivato in sosta non posso che complimentarmi con il mio socio.

Altri due tiri più semplici ci conducono sulla cima del pilastro…”e fino a qui ci siamo arrivati!”

Credo di essere stato in preda ad una forma d’insolazione perché stavo svarionando oltre al fatto che avevo un mal di piedi terrificante. Il sole su questa parete batte incessantemente e le mie spalle erano già diventate viola; le mie povere zampe serrate dentro le maledette Miura velcro sembravano due pannocchie dentro ad un forno a micro onde. Stavo veramente soffrendo ma ancora c’era un po’ di strada da fare.

Scrutavo la parete che avevo di fronte dove avremmo percorso gli ultimi tiri della Via Maria ma mi sentivo preoccupato. Sapevo che si trattava di IV ma mi pareva molto più dura e la linea di salita non era affatto evidente. Da dove stavo osservando sembrava piatta ed improteggibile, molto rotta. Robi nota il mio stato d’animo e mi rassicura con un “tranquillo è solo IV non c’avemo problemi!”

Riparte lui secondo la sequenza prevista…spaccando con un piede sul pilastrino ed uno sulla parete da attaccare arriva ad una sosta cementata da cui dopo avermi recuperato, riparte immediatamente. Il tiro risulta, al contrario di quello che mi sembrava, tranquillissimo ed è anche carino; si tratta di traversare sulla destra obliquando verso l’alto sino a raggiungere una comoda sosta. Arrivo al chiodone cementato come se stessi camminando sui vetri…ho dei dolori lancinanti alle dita ma voglio proseguire io. Mi aspettano 45 – 50 metri di supplizio. Il tiro è divertente e riesco a godermelo quasi tutto…arrivato sulla sommità dell’avancorpo sembravo quello della locandina del film Platoon. Raggiungo il fittone rantolando ma ormai siamo fuori e finalmente posso cambiarmi le scarpe. Mentre recupero Geyser ricambio il saluto di numerosi turisti sbalorditi proprio come lo fui io a suo tempo…che soddisfazione!

Ora procediamo in conserva, convinti da quello che riportava una relazione che si dovesse solo camminare, invece affronteremo ancora un breve salto di IV- tra i brecci praticamente sciolti con le scarpe da puttaniere…ma tanto noi siamo quelli forti! : - )          

Dalla terrazza i comuni mortali osservavano gli eroi trionfanti spuntare dal baratro…

altaltalt

altaltalt

altalt

altalt